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Francesco con i fratelli della Sinagoga: “Basta violenze in nome di Dio”

Il Pontefice alla comunità ebraica: le radici dei cristiani sono nella vostra tradizione

Terzo incontro di un Papa con la comunità ebraica di Roma. Dopo Wojtyla e Ratzinger, ieri è toccato a Bergoglio (nella foto insieme al rabbino capo Riccardo Di Segni)

newsletter 18/01/2016
ANDREA TORNIELLI
ROMA

«Da nemici ed estranei siamo diventati amici e fratelli!». Giovanni Paolo II aveva chiamato gli ebrei «fratelli maggiori», il suo successore ripete quell’espressione ma insiste di più sull’essere, semplicemente, «fratelli». La terza visita di un Pontefice alla Sinagoga di Roma non è stato caratterizzato dalle celebrazioni né dal protocollo. A dominare è l’amicizia.

Francesco arriva in anticipo, senza cortei né accompagnatori, a bordo della sua Ford blu. Accolto dal presidente della Comunità ebraica romana Ruth Dureghello e dal presidente delle comunità italiane Renzo Gattegna, depone un cesto di fiori bianchi sotto la lapide che ricorda la deportazione del 1943. Rende omaggio alla memoria di Stefano Taché, il bimbo di due anni ucciso nell’attentato terroristico del 1982. Stringe le mani dei suoi familiari. Parla con uno degli anziani, Nereo Musante, che lo abbraccia e gli chiede di ripristinare nel calendario liturgico la memoria della circoncisione di Gesù.

Dopo l’abbraccio con il rabbino capo Riccardo Di Segni, Bergoglio entra in Sinagoga. La percorre in lungo e in largo, senza fretta, stringendo mani e restituendo abbracci. Nessuna formalità, solo il desiderio di testimoniare amicizia: «siamo fratelli». Il filo rosso che lega i discorsi dei tre leader della comunità è il rifiuto della violenza nel nome della religione. «Il terrorismo non ha mai giustificazione», dice Ruth Dureghello, che fa riecheggiare parole papali: «Attaccare gli ebrei è antisemitismo, ma anche un attacco deliberato a Israele è antisemitismo». Ancora: «La fede non genera odio, non sparge sangue, la fede richiama al dialogo», scandisce, dicendosi certa che «questa consapevolezza» possa «trovare la collaborazione anche dell’Islam».

Francesco risponde ribadendo che «la violenza dell’uomo sull’uomo è in contraddizione con ogni religione degna di questo nome, e in particolare con le tre grandi religioni monoteistiche. La vita è sacra, è dono di Dio. Il quinto comandamento del Decalogo dice: “Non uccidere”». Ogni essere umano, «in quanto creatura di Dio, è nostro fratello, indipendentemente dall’origine o dall’appartenenza religiosa». Dobbiamo pregare Dio, aggiunge il Papa, «affinché ci aiuti a praticare» in ogni parte del mondo «la logica della pace, della riconciliazione, del perdono, della vita».

Altra costante degli interventi, gli enormi passi avanti del dialogo ebraico-cristiano. Con il Vescovo di Roma che sottolinea «dal punto di vista teologico» l’«inscindibile legame che unisce cristiani ed ebrei. I cristiani, per comprendere se stessi, non possono non fare riferimento alle radici ebraiche, e la Chiesa, pur professando la salvezza attraverso la fede in Cristo, riconosce l’irrevocabilità dell’Antica Alleanza e l’amore costante e fedele di Dio per Israele». Anche il rabbino Di Segni, dopo aver dato il benvenuto nel Tempio «offeso dai nazisti e insanguinato dal terrorismo palestinese», e aver ricordato a proposito di questa terza visita papale che per la tradizione giuridica rabbinica «un atto ripetuto tre volte diventa chazaqà, consuetudine fissa», parla di radici comuni.

E a proposito del Giubileo osserva: «Non ci è sfuggito il momento iniziale» in cui all’apertura della Porta santa è stata recitata «la formula liturgica “aprite le porte della giustizia”. Per un ebreo è qualcosa di noto e familiare, la citazione del verso dei Salmi» che è parte «della nostra liturgia festiva». Un segno di quel «patrimonio comune» alle due religioni. Tutti «attendiamo - ha detto ancora il Rabbino - un momento chissà quanto lontano nella storia in cui le divisioni si risolveranno». Sì al dialogo teologico, alla condanna dell’antisemitismo, ma anche a un impegno per costruire insieme la città, aiutare i poveri, custodire il Creato, come sottolinea il Papa della «Laudato si’».

In prima fila ci sono alcuni sopravvissuti della Shoah. Francesco li ha salutati e abbracciati. Nelle ultime battute del suo discorso abbassa la voce e parla dello sterminio degli ebrei: «Sei milioni di persone, solo perché appartenenti al popolo ebraico, sono state vittime della più disumana barbarie». Il 16 ottobre 1943, «oltre mille uomini, donne e bambini della comunità ebraica di Roma furono deportati ad Auschwitz. Oggi desidero ricordarli, col cuore, in modo particolare: le loro sofferenze, le loro lacrime non devono mai essere dimenticate. E il passato ci deve servire da lezione per il presente e per il futuro. La Shoah ci insegna che occorre sempre massima vigilanza, per poter intervenire tempestivamente in difesa della dignità umana e della pace». Il coro intona l’«Ani Maamin», il canto struggente dei deportati verso i forni crematori, per le vittime che Francesco ha voluto ricordare «col cuore». L’unica aggiunta a braccio al discorso che aveva preparato.

Questo articolo è stato pubblicato nell’edizione odierna del quotidiano La Stampa

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Articolo original da Vatican Insider http://www.lastampa.it/2016/01/18/italia/cronache/francesco-con-i-fratelli-della-sinagoga-basta-violenze-in-nome-di-dio-AtAjaPGklFGHp5UOTFzOCM/pagina.html

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